8 January 2014
UnDo.net

Un progetto di ricerca al FACT di Liverpool che indaga la vita lavorativa all’inizio di questo nuovo millennio in un’epoca storica, sociale ed economica che ha superato il fordismo (ed anche il post-fordismo) e che si confronta con la crescente disoccupazione giovanile, la virtualizzazione spazio-temporale del lavoro e di conseguenza la sempre più accentuata flessibilità del suo mercato.

Quanti di voi che in questo momento state leggendo, avete una giornata perfettamente suddivisa in otto ore di lavoro, otto di tempo libero e otto di riposo?

Penso di poter facilmente immaginare quasi nessuno. Non lo è neanche la mia, come non lo è quella dell’artista Ellie Harrison: spinta dalla costante sensazione di lavorare 24 ore al giorno, esperienza comune a molti all’interno di un mercato globale basato su di un ritmo di vita da freelancer, nel suo progetto “Timelines” (2006) Harrison documenta empiricamente per un mese intero la sua quotidianità e la suddivisione della sua giornata-tipo.

Il campo dell’arte e della cultura in generale sono forse la massima espressione di questa flessibilità diffusa, che il più delle volte porta a sentirsi continuamente sotto pressione lavorativa – senza però avere in cambio delle entrate economiche stabili e proporzionali. “Sto scrivendo questi appunti seduto sul mio letto, le bambine stanno ancora dormendo, la televisione è accesa, sono privilegiato a non dover affrontare il freddo e la pioggia in bicicletta per raggiungere il cancello d’ingresso di una fabbrica, sono le 6.30 di mattina e ho appena iniziato le mie dodici ore lavorative davanti ad un laptop. Ho già aggiornato i miei social network e ho controllato la mia casella di posta elettronica.”1

Queste le parole di Mike Stubbs, curatore della mostra “Time & Motion: Redefining Working Life” in corso al FACT (Foundation for Art and Creative Technology) di Liverpool in collaborazione con il Royal College of Art’s Creative Exchange (CX) Hub.

Un progetto di ricerca ampio, per il quale 14 artisti internazionali hanno riflettuto sui cambiamenti dei ritmi lavorativi dal periodo della Rivoluzione Industriale ad oggi, partendo (e da qui anche il titolo della mostra) dal “time study” di F. W. Taylor, concepito allo scopo di stabilire tempi di lavoro più produttivi, e dal “motion study” di F. e L. Gilbreth, ideato con il fine di potenziare la metodologia per implementare il rendimento. Queste due eredità, a tratti contrastanti, hanno aperto la strada alla società fordista all’inizio del secolo scorso.

In un momento storico in cui il consumo di massa è ancora imperante e in cui ci ritroviamo ad essere consumatori e allo stesso tempo produttori di sempre più inutili feticci, in che modo possiamo ripensare un mercato del lavoro se non più equo almeno più sostenibile rispetto ai nostri bisogni umani e ai nostri ritmi di vita?

E in che modo i lavoratori dell’arte e della cultura investigano i cambiamenti in atto all’interno di una società fluida e virtualizzata che sta facendo fronte alla prima crisi economica globale di questo nuovo millennio?

“Poiché la nostra economia industriale ha aperto la strada ad un’economia del servizio e della conoscenza producendo idee ed esperienze più che artefatti, come sono cambiati i nostri schemi quotidiani di vita lavorativa?”2

La mostra “Time & Motion: Redefining Working Life” risponde a tali quesiti, “non solo mettendo in discussione il lavoro, la manodopera e l’equità – ma affermando anche il modo in cui noi possiamo estrarre valore e significato osservando l’accidentale ed il sequenziale, creando così fiducia nell’aprire gli occhi e nell’innovare genuinamente modi di vita migliori.”3

Ad affiancare un’ampia selezione di materiale storico ed archivistico sulle teorie del lavoro nell’ultimo secolo e mezzo, due video che citano il primo film della storia del cinema, quello dei fratelli Lumière del 1895, una sequenza di 46 secondi in cui si vedono operai uscire dalla fabbrica di Plaques et Papiers Photographiques A. Lumière di Lione: il ceco Harun Farocki propone “Workers Leaving the Factory” (2006) e l’americano Andrew Norman Wilson “Workers Leaving the Googleplex” (2013), il quartier generale della Google nella Silicon Valley.

Ai primi movimenti operai e allo slogan di R. Owen “Eight hours labour, Eight hours recreation, Eight hours rest” del 1817 (in seguito accolto dalla Prima Internazionale nel 1866) si riferisce invece il banner “Punchcard Economy” (2013) di Sam Meech, cucito a macchina con una serie di dati raccolti da persone che lavorano nell’industria del digitale, della creatività e della cultura. All’interno di una fabbrica cinese è infine girato il video “75 Watt” (2013) della coppia Revital Cohen e Tuur Van Balen, nel quale la produzione di un oggetto senza alcuno scopo né utilizzo mette in atto movimenti corporali che si avvicinano a quelli di una coreografia, in questo modo interrogandosi sulla condizione biologica del corpo umano all’interno di una produzione di massa.

Attenzione al rapporto tra retribuzione e tempo di impiego (una ricerca ha appena riscontrato che l’82% dei dipendenti ha lavorato l’anno scorso molto di più rispetto alle proprie ore contrattuali) l’hanno mostrata gli artisti inglesi Blake Fall-Conroy e Oliver Walker. Del primo è “Minimum Wage Machine” (2013), un apparecchio che, quando azionato dal visitatore, distribuisce un penny ogni 5.7 secondi per un totale di 6,31 sterline all’ora (ovvero l’ammontare del minimo salariale in Gran Bretagna). Pur non prendendo una posizione netta, l’opera di Fall-Conroy vuole generare una discussione sul valore del lavoro retribuito e sulla natura del minimo salariale – più in generale sul capitalismo odierno.

Intorno al secondo “One Pound” (2013) ecco un estratto dell’intervista ad Oliver Walker:

One Pound” è un progetto ideato e realizzato per la mostra “Time & Motion: Redefining Working Life” che s’interroga sulla relazione tra lavoro e guadagno, un vincolo che sempre più spesso è meno congruente…

“One Pound” è un’installazione video a sei canali, dove ogni schermo raffigura una persona durante lo svolgimento del proprio lavoro. Ogni video dura tanto quanto il protagonista ci mette a guadagnare una sterlina (più di un’ora per i lavoratori nei campi; un po’ meno per quelli nelle fabbriche; per arrivare a chi ha un reddito medio e infine a chi ha addirittura bisogno solo di un secondo).

I sei schermi, installati uno di fianco all’altro, partono nello stesso istante; il che significa che la durata del film più lungo determina di default la frequenza di tutti gli altri. Ma “One Pound” non è una visualizzazione didattica sull’ineguaglianza economica. Ovviamente può offrire una riflessione su tali sconvolgenti disparità e questa posizione politica non rimane assolutamente ambigua; ma alla fine il rapporto tra lavoro e retribuzione viene trasformato in una relazione ben più soggettiva tra medium e tempo.

Il mio progetto riporta una maniera abbastanza tradizionale di intendere l’impiego, basato su una paga oraria fissa. E infatti l’identificazione di un numero (di un tempo) di lavoro è stato un problema costante durante la sua realizzazione.

Per la maggior parte dei protagonisti è difficile calcolare questo numero, proprio perché il guadagno di sempre più persone è oggi irregolare e allo stesso tempo è difficile anche rendersi conto di quando si lavora e quando non.

Come spesso accade, i tuoi progetti d’artista ti hanno portato a viaggiare in diverse nazioni e a confrontarti con diverse realtà, a volte notevolmente lontane da quelle dell’arte e della cultura – realtà che invisibilmente rendono la tua quotidianità più agiata o comunque ‘privilegiata’, come sottolinea lo stesso Mike Stubbs.

“One Pound” dovrebbe offrire una complessità di ragionamento, invitando lo spettatore ad alcuni confronti ‘incrociati’ sull’ineguaglianza – ineguaglianza tra lavoratori dei campi e lavoratori nelle fabbriche del Sud Globale, ad esempio, o tra lavoratori dell’economia creativa e banchieri astronomicamente ricchi. Tutto questo mi ricorda ciò che ho osservato in diverse occasioni negli ultimi anni.

Nei Paesi più poveri ho infatti notato che c’è spesso la tendenza all’eccessiva semplificazione del concetto di ricchezza e di povertà che esistono sia nel Nord che nel Sud Globale.

Se loro – per assurdo – hanno la propensione a immaginare le strade dell’Europa Occidentale lastricate d’oro, da parte mia – cresciuto in quella stessa Europa Occidentale – è difficile comprendere l’estrema povertà presente in quei luoghi. E ritengo che questa divergenza di visioni sia ancora oggi presente nella nostra generazione, cresciuta durante gli anni del Live Aid di Geldof e Ure. Lo sforzo costante da parte di tutti deve andare quindi nella direzione di comprendere queste complessità, senza però generalizzarle.

La mia ricerca naviga nelle acque che si accostano agli stereotipi. In “One Pound” ho utilizzato dei mezzi molto semplici (forse semplificati, sicuramente fallaci), ma l’ampiezza degli esempi di impiego e la scelta delle immagini, vorrebbero lasciar spazio proprio a queste tematiche.

Com’è avvenuto, se è avvenuto, lo scambio personale tra te ed i protagonisti di “One Pound”? E soprattutto, ritieni che l’artista e il mondo dell’arte più in generale (con i suoi eventi ed i suoi spazi alla moda, come ad esempio lo stesso FACT di Liverpool) siano i giusti interlocutori per una esigenza così assoluta?

Il mio rapporto è stato molto diversificato con ogni protagonista. Ovviamente ho dedicato più tempo a chi ho dovuto filmare più a lungo; ed è per questo che, ad esempio, ho pranzato insieme ai lavoratori agricoli. Avevo anche pensato di presentare questo momento nel video perché, in maniera quasi sorprendente, sono proprio i lavoratori più poveri che fanno il pasto migliore conducendo, nel complesso e senza voler troppo romanticizzare, un ritmo di vita più salutare rispetto agli altri.

Ho invece avuto un contatto più facile con chi ha un reddito simile al mio, all’incirca a metà. Durante un unico progetto sono quindi passato dall’essere “sfruttatore” ad essere “impotente”; le relazioni di potere sono diventate molto più tangibili. Rispetto a questa mia esperienza personale, ritengo che gli artisti (come gli scrittori e i giornalisti) siano nella piena posizione di poter commentare gli sviluppi economici, come d’altronde hanno sempre fatto in passato interagendo con spaccati di vita che non erano direttamente relativi a loro stessi.

E’ però allo stesso tempo importante che capiscano la loro posizione, senza troppe confusioni. Le arti e la “classe” culturale in generale sono un’area estremamente complessa dell’economia, nella quale sono affiancati contemporaneamente enormi privilegi ed enormi sfruttamenti.

Gli artisti provengono spesso da un background privilegiato e, oltretutto, diventano quasi testimonial per un certo tipo di bohème neoliberale composta da creativi sempre attivi, indipendenti, individualisti.

Il progetto di ricerca avviato da Mike Stubbs, e dalle assistenti Ana Botella ed Emily Gee, prevede non solo nuove produzioni artistiche ma anche materiale fotografico, una selezione di film, un simposio e una pubblicazione.

Tornando alla mostra, il collettivo The Creative Exchange invita inoltre tutti i visitatori all’interno dello spazio di co-working “Hybrid Lives” (2013), da loro ideato con il fine di “lavorare, studiare, pensare, sognare, realizzare e collaborare con amici e colleghi”4 in uno scambio sinergico di idee ed esperienze.

Interagendo all’interno di questo spazio, il pubblico partecipa ad un progetto dinamico che riflette sui cambiamenti in atto nel mondo del lavoro virtuale oggi, dove i luoghi sono ibridi e dove non esistono più confini tra casa e ufficio, privato e pubblico, impiego e svago (basti notare che in media la prima email viene controllata alle 7.42 del mattino dal proprio personal computer).

L’economista J. M. Keynes previde che agli inizi del Duemila l’uomo, grazie all’introduzione delle nuove tecnologie, avrebbe lavorato 15 ore alla settimana e avrebbe quindi dovuto affrontare il passaggio radicale da una “società del lavoro” a una “società del piacere”.

Qual è in realtà il nostro ritmo di vita oggi? In occasione della mostra il Royal College of Art ha ideato il sito internet What’s Your Number? dove ognuno di noi è chiamato a calcolare l’andamento delle proprie 24 ore, che potrà avvicinarsi più all’888 di Owen o al contrario alle teorie keynesiane.
Il mio numero è 7125, e il vostro?

Eleonora Farina

Footnotes

    1. Mike Stubbs, non pubblicato, 3 marzo 2013 (traduzione della scrivente)

    2. UDal comunicato stampa della mostra “Time & Motion: Redefining Working Life” presso FACT (Foundation for Art and Creative Technology) Liverpool, 12 dicembre 2013 – 9 marzo 2014 (traduzione della scrivente)

    3. Mike Stubbs, op. cit.

    4. Estratto dall’articolo The Creative Exchange – Hybrid Lives (traduzione della scrivente)